lunedì 19 agosto 2019
03.01.2012 - ALESSANDRO GIACOBBE

Alla scoperta di Diano Borello

Sulle tracce di una piccola perla del ponente ligure

Diano Borello, dunque, con una assonanza alla località di Borello non lungi da San Romolo, sulle alture di San Remo.

Nome relativamente misterioso, a testimonianza di una certa diffusione nel contesto ligure occidentale. La località di Diano Borello è invero un Gruppo di insediamenti, alcuni legati a singole famiglie (centri viri locali) , spesso con aspetti architettonici, urbanistici, storici e monumentali di intrigante piacevolezza. C’è borgo Chiesa, poi Macari, Virgili, Ciappai, Poggio, Villatalla e I due più ampi Roncagli e Borganzo. Il territorio di Borello si trova entro il comune di Diano Arentino, ma tradizionalmente va aldilà dell’acqua di San Pietro. Il suo centro attrattivo è costituito dalla chiesa parrocchiale di San Michele. Titolo antico, che richiama devozioni longobarde e dunque una costante occupazione del territorio, Avanti la stessa colonizzazione romana. La prima citazione dell’abitato come villa del Castello di diano è del 1363, negli Statuti locali. Un dato documentario importante, ma Diano Borello è molto altro. L’attenzione, lungo la strada che lo raggiunge, tra Castello e Arentino, è proprio attratta dal sistema edilizio che accompagna verso la sopra elevata piazza della chiesa parrocchiale. Nei pressi è l’antica sede comunale, soppressa nel 1923 con l’aggregazione ad Arentino. La parrocchia le racconta storie importanti. Il suo campanile è massiccio, quasi una torre difensiva e sicuramente risale alla fase tardo medievale dell’edificio sacro. All’interno si legge immediatamente la monumentale impostazione di pianta a tre navate. Molti elementi attraggono l’attenzione, dal fonte battesimale arcaico, segno di una pristine separazione dalle parrocchiali matrici di San Pietro e di San Nicola del Castello, alla rara acquasantiera in pietra a vasca floreale, tipicamente tardogotica, al rutilante polittico di Antonio Brea, datato 1516 .

E non mancano altre opere d’arte di spiccato rilievo, tutte meritevoli di attenzione. La facciata della chiesa è insolitamente ampia ed ospita una leggera decorazione nella quale si incastona un grande orologio. Anche questo caso unico in Liguria occidentale. Il vero protagonista della scena è però un albero. Un albero monumentale, censito e protetto a livello regionale, un Bagolaro ovvero Celtis australis. Un albero detto anche "spaccasassi" per la sua determinazione di porre radici in luoghi spesso difficili, tanto da rompere le pietre alla ricerca di acqua e nutrimento. E in effetti la terrazzo della chiesa appare sassosa e scabra, di essenza molto ligure. Un albero a suo modo misterioso. Perché metà dell’albero, in primavera, germoglia prima dell’altra. Una spiegazione che arriva dagli studi locali e dalle osservazioni della stessa Guardia Forestale. I libri dei conti della parrocchia raccontano che nel 1826 il parroco di San Michele aveva comprato due piante di "paionica" , come si chiama il Bagolaro nel dialetto ligure occidentale. E le aveva messe a dimora, probabilmente così vicine che alla fine gli alberi si sono "maritati" diventando apparentemente una sola pianta, però mantenendo alcune "abitudini" spiccatamente personali. Si sa così l’età precisa di questa maestosa testimonianza di storica locale.

Sì, perché anche gli alberi sono Beni Culturali, dei quali giustamente le Comunità vanno particolarmente fieri.

 

 

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