venerdì 20 settembre 2019
10.04.2012 - REDAZIONE

Sanremo: appuntamento con Giulio Marietta della "Caritas"

"Bosnia e Balcani vent'anni dopo l'assedio di Sarajevo". L'incontro avverrà Venerdì sera nella sede dell'Ass.ne "Città invisibili" in Via Palma n.39.

Vent’anni fa il sei Aprile del 1992 il Muro di Berlino che ideologicamente separava l’Europa tra le Liberal- democrazie ed i Paesi del Socialismo reale era stato abbattuto dai giovani tedeschi da ormai due anni ed il vecchio Continente già stava pensando alle nuove sfide del terzo millennio quando all’improvviso in una delle sue più turbolenti e problematiche regioni, cioè nella Penisola balcanica, all’improvviso fu ricacciata in pieno medioevo.

Ad onor del vero già da un anno l’ex Jugoslavia, dominata dal suo Stato federato più organizzato cioè dalla Serbia, si stava sgretolando: l’alpina Slovenia già, quasi senza colpo ferire, era diventata indipendente mentre la Croazia stava ancora conquistandosi combattendo una guerra fratricida e sanguinosa con l’Esercito federale il proprio diritto alla secessione. Fu tuttavia in quel giorno d’Aprile di vent’anni fa, con l’inizio dell’assedio di Sarajevo, la più dolce e cosmopolita tra le città slave del Sud Europa, che il Vecchio continente fu costretto a ricredersi in ordine ad un troppo entusiastico desiderio di allargamento immediato dell’Unione europea verso Est.

Per quarant’anni la dittatura di Tito aveva riservato alla Jugoslavia un relativo benessere sconosciuto altrove nei Paesi comunisti ma crollata questa ideologia sotto le macerie del Muro, tutte le acrimonie, le rivalità, le incapacità di vivere assieme tra persone dello stesso ceppo etnico ma di differente credo religioso vennero a galla ed in quattro e quattr’otto crollò quella che si pensava potesse essere la prima Nazione della cosiddetta “Europa dell’Est” a fare il suo trionfale ingresso nell’Unione europea.

L’assedio di Sarajevo, durato sino al Febbraio 1996, dopo la stipula degli accordi di Dayton, causò orrende stragi, più di undicimilacinquecento morti e si lasciò dietro una tale serie di tossine non ancora oggi del tutto eliminate. Non a caso iniziò il sei Aprile: quel giorno, infatti, non solo la Bosnia con un atto unilaterale aveva proclamato al sua indipendenza ma ricorreva pure il 47° anniversario dell’ingresso dei partigiani guidati da Tito nella città liberata dai tedeschi occupanti che ne eliminarono, tra il 1943 ed il 1945, gran parte della fiorente comunità ebraica.

Sarajevo, la “ Gerusalemme dei Balcani”, nel cui cielo svettavano uno vicino all’altro minareti, campanili cattolici, cupole a bulbo ortodosse e candelabri di David divenne così la metafora di un’Europa il cui destino da troppe parti invece di indirizzarsi verso l’Unione transnazionale, sta pericolosamente pericolando verso la riscoperta dell’orgoglio etnico, quello delle Piccole Patrie che si credono autosufficienti. Oggi nei Balcani, dopo vent’anni, la situazione non è migliorata come ci si aspetterebbe: è vero la Slovenia ormai da otto anni è integrata nell’Unione europea e la Croazia, seppur con qualche tossina di troppo, si sta accingendo a compiere il grande salto ( la parola ora è ai singoli Parlamenti dei ventisette Paesi che già fanno parte dell’Unione europea) mentre la Serbia ed il Montenegro sono Stati associati economicamente, primo passo verso l’Unione, ma la Bosnia resta divisa in tre entità separate governate rispettivamente da Serbi, Bosniaci di credo musulmano e Bosniaci di nazionalità croata di confessione cattolica, mentre il Kossovo rimane nel limbo di trovarsi nella condizione di Nazione la cui indipendenza non è considerata illegittima ma neanche pienamente legale. La Macedonia, poi, è da quasi dieci anni che bussa alle porte di Bruxelles ma il pervicace veto greco da una parte, per Atene la Macedonia è solamente una sua regione interna, e l’aspirazione degli albanesi al ricongiungimento con la madre patria dall’altro, rendono vano ogni sforzo in merito.

Non si può neppure tacere sul come le scorie balcaniche abbiano tentato di contagiare le aree vicine: innanzitutto in Italia dove si è fatta forte l’aspirazione di alcuni circoli nel Nord sviluppato del Paese di rendersi autonomi, se non indipendenti, dal Sud perennemente in ritardo e, poi, soprattutto nel piano Pannonico ove l’estremismo nazionalista ungherese, in nome di un non ben chiarito mito del “ grande torto subito” all’indomani della Prima guerra mondiale dalla nazione magiara sta cercando di insinuarsi  nelle terre della Transilvania romena.

Questa l’eredità lasciata all’Europa dalle orrende guerre balcaniche degli anni novanta del secolo scorso. Di tutto questo si parlerà venerdì sera negli spazi della Sede dell’Associazione  “ Le città invisibili”, nome chiaramente ispirato al titolo dell’omonimo libro di Italo Calvino, di Via Palma 39. Illustrerà il tema il funzionario della locale A.S.L. Giulio Marietta, impegnato ai più alti livelli all’interno della Caritas Diocesana, nel corso degli anni novanta a portare gli aiuti umanitari in Croazia, Bosnia ed Albania, Marietta è un profondo conoscitore di quella che è stata in quel terribile decennio la vera storia di quei martoriati popoli al di là delle interpretazioni, troppo volte di parte e più attente a narrare i fatti dal punto di vista dei governi, che hanno fornito i mass- media.

Ancora oggi Marietta, testimone qualificato, avverte che “ quelle esperienze gli hanno cambiato qualcosa dentro” e dunque si è reso disponibile ad edurre altri su quella che fu, che è, e che sarà la situazione ed il destino di una regione nevralgica per la vecchia Europa. L’incontro sarà preceduto da un aperitivo etnico con piatti balcanici che verrà servito a partire dalle venti.                         

Sergio Bagnoli         


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